mercoledì, settembre 07, 2016

"Noi non possiamo fare nulla. Il problema non sono le bruciature, ma il fumo che ha respirato. I gas esalati lo hanno bruciato dentro. Se vuole vivere deve farlo lui, deve restare sveglio e lottare".

Quarantadue giorni dopo Niki Lauda è a Monza.

Un titolo mondiale da difendere e riconquistare, l'orgoglio che non ci sta a vedere Carlos Reutemann al suo posto. Ma soprattutto in mente quelle parole, pronunciate mentre lui era lì, sveglio, cosciente, in bilico.

Ma Niki perde sangue, tanto. Le ferite non lo hanno abbandonato; i segni del rogo più famoso della F1 non se ne sono andati e mai se ne andranno. Soffre, urla, rischia. Le sue ferite, vive, rendono terribile anche solo indossare il casco. Sulla griglia il sangue pervade il suo volto, ma Lauda è lì per scacciarle per sempre quelle fiamme, inondandole di coraggio.

Quinto in qualifica, primo delle Ferrari. Regazzoni e Reutemann allibiti.

In gara fatica, ma poi si sblocca, gli automatismi tornano, il piede è sempre lui. Rimonta, conclude quarto, davanti a Reutemann, ingaggiato durante quelle ore convulse nelle quali forse nessuno avrebbe scommesso un centesimo sulla sua vita. Figuriamoci sul ritorno in pista. Ma Lauda ha già cancellato tutto.

"Il cervello di un pilota di Formula 1 è diverso. Non restano tracce di un incidente, neanche se è quasi mortale. La paura, il pericolo, scivolano via appena torni al volante. È un attimo. Le persone normali che non riescono a superare subito il problema se lo portano dietro per il resto della vita tremando al solo pensiero.

Un pilota non trema."