sabato, agosto 14, 2010

Un'enorme esplosione.

Pezzi ovunque, lacerazioni ingombranti di spazio e tempo.
Abissi improvvisi e distanze, vuote, da ricolmare.

Entrai nella stanza e lo trovai rannicchiato in un angolo a guardare in alto.
Aveva gli occhi persi nel vuoto, come se stesse parlando con qualcuno che in quelle quattro mura, fisicamente, non c'era per niente.

"Che fai lì, Sahid?"

Staccò lo sguardo dalla figura eterea nella sua mente e mi rispose, sereno.

"Sto pregando. Si dice così, no?"

"Beh, si, credo di avere capito. Per cosa preghi?"

"Vorrei che Dio mi lasciasse per sempre i genitori, così come sono. Proprio uguali, capisci?"

Il padre aveva perso tutte e due le gambe anni prima, per un attacco di un tank israeliano. La casa era andata giù in un lampo, quasi fosse di cartapesta. Lui ci era rimasto sotto, incastrato come un topo. Gli avevano amputato entrambi gli arti a distanza di pochi giorni. O le gambe o la morte, la scelta era obbligata.

"Mi hanno sempre dato tutto, e so che continueranno a farlo finché potranno."

La madre invece era rimasta ustionata gravemente al viso e al bacino. "La pioggia del fuoco", la chiamano. Il fosforo bianco è bastardo sul serio. Pure dopo giorni, pure dopo la pioggia, ti fotte sempre. Ti consuma la pelle, ci si attacca e non te lo levi. Vedi la carne ardere e non ci puoi fare assolutamente nulla.

"E perché stai pensando a loro? Stai tranquillo, siamo al sicuro qui."

"Non siamo al sicuro da nessuna parte. Non vedi come sono ridotti i palazzi intorno?"

"Si ma è acqua passata. Non ci pensare."

"E invece ci penso eccome. Najla non c'è più. Eppure mi avevate detto che la guerra non c'era qui. La guerra, invece, è ovunque."

Najla era la ragazzina con cui Sahid giocava da sempre. Credo si volessero bene, per quello che può essere l'amore tra due bambini cresciuti in Palestina in parchi giochi di bombe. Un carro l'aveva travolta mentre lei stava correndo verso la palla che Sahid stesso le aveva chiesto di raccogliere. Andata via, anche lei una volta per tutte. Portandosi dietro i giochi. E l'amore.

"La guerra è ovunque, in qualsiasi momento. Tutto il mondo è in guerra."

"Sahid. Siamo qui per questo, vogli..."

"No, se fossi qui per toglierla, la guerra, non porteresti quel coso in giro."

Il coso era un mitragliatore. Aveva ragione. Mi sentii un idiota.

"Sahid..."

"Cosa?"

"Ti voglio bene."

"Anche io."

Uscii dalla stanza e iniziai a pregare anch'io, a mio modo. Con un mitragliatore carico in grembo, e lacrime di vigliaccheria negli occhi. Pregavo, ma Sahid non lo sapeva.